Nota il Prefetto dell’Aquila, che la dirigenza aziendale del gruppo “Villa Pini”, manifesta scarso rispetto per le Istituzioni. Sembra che per la prima volta, dopo molti anni, un uomo delle istituzioni si accorga del modo strumentale ed irrispettoso in cui sono state agite le relazioni da questa azienda, in particolare, per ovvi motivi finanziari, con la Regione Abruzzo.
Vorrei sottolineare però che oltre che irrispettoso delle Istituzioni il Gruppo “Villa Pini” si è tante volte e molto più dimostrato privo di rispetto e considerazione nei confronti dei lavoratori.
Basta ricordare come da mesi, lasciati senza stipendio, essi sono allo stesso tempo oggetto e strumento di ricatto.
Non è la prima volta che ciò accade: ricordo decine e decine di giornate negli anni passati (e mi riferisco a vicende che vanno ben oltre un decennio) in cui mi è capitato, passando davanti al palazzo dell’Assessorato alla Sanità a Pescara, di incrociare quei lavoratori in presidio e protesta.
Qualche volta, dicono, anche direttamente organizzati dallo stesso “datore di lavoro”.
Sicuramente sempre e comunque spinti da una condizione di incertezza in cui vedevano collocate le loro condizioni di lavoro e le loro vite.
Ora, finalmente, appurato e riconosciuto l’atteggiamento irrispettoso anche da parte di chi rappresenta il governo del Paese, c’è da auspicarsi che qualche iniziativa pure venga assunta, poiché in questi mesi di perenne tensione e di esposizione a vario titolo ai riflettori del gruppo Villa Pini e del suo proprietario, si è creata una condizione insopportabile per chi lavora in quell’azienda nell’assenza totale di proposte in grado di ridare una qualche speranza.
Cosa fare di Villa Pini e delle strutture ad essa collegate? Cosa fare delle risorse umane e professionali che hanno lavorato e, ancora lavorano malgrado tutto, in queste strutture? Come utilizzare al meglio le risorse economiche pubbliche determinate dall’accreditamento di posti letto e prestazioni da parte della Regione Abruzzo?
Immagino che non sia una bestemmia proporre di partire da ottiche che non siano miopi e sappiano inquadrare in maniera adeguata la realtà economica e sociale del territorio regionale, sapendone cogliere i bisogni più veri e costruire un progetto di Sistema sanitario in grado di confrontarsi e rispondere a quei bisogni.
La crisi del Gruppo Villa Pini potrebbe essere allora una opportunità positiva per ripensare e costruire pezzi di sanità oggi mancanti.
Per quello che sarà possibile questo blog si ripromette di fornire nei prossimi post qualche dato e qualche spunto che si spera possa essere utile ad una discussione e si auspica che altri forniscano elementi ulteriori di riflessione.
venerdì 13 novembre 2009
venerdì 6 novembre 2009
E gli immigrati pagano la sanità a noi italiani.
Si sente spesso, da parte anche di persone non autorizzate all’ignoranza in materia, affermare che uno dei motivi per cui è necessaria una politica di “maggior rigore” verso l’immigrazione è dato dal costo determinato dall’uso dei servizi del nostro Sistema Sanitario Nazionale, da parte degli immigrati. Il loro ricorso ai servizi determinerebbe, secondo costoro, un impoverimento per il nostro sistema con danno a carico degli utenti e dei contribuenti italiani.
Una bufala enorme ed idiota.
Voglio fare qui qualche considerazione e due righe di conto che tutti potranno verificare.
Innanzitutto la considerazione. I cittadini immigrati regolari sono contribuenti altrettanto regolari per lo Stato: la necessità di svolgere una attività lavorativa al fine di fruire del permesso di soggiorno, fa sì che tra loro non vi siano praticamente disoccupati. La loro attività determina una contribuzione fiscale identica a quella dei cittadini italiani che partecipa, in maniera sovrapponibile a quella degli italiani, al finanziamento dello Stato, delle sue articolazioni territoriali (Regioni, Comuni, ecc.) e dei servizi di tutti i tipi presenti sul territorio.
Si osserverà che poi ci sono gli immigrati irregolari. E’ vero, però costituiscono una minoranza che la Commissione dell’Unione Europea valuta in Italia di circa 570.000 unità mentre altre fonti arrivano a ritenere essere di circa 700.000. A vario titolo, di fatto, anche la gran parte degli immigrati irregolarmente soggiornanti, attraverso le loro attività rese in “nero” contribuiscono all’economia del nostro Paese ed alla ricchezza di alcuni suoi cittadini!
Voglio fare, come dicevo, anche “due righe di conto” ricorrendo ai dati forniti per lo più da agenzie pubbliche che hanno in qualche modo studiato la questione.
Gli immigrati regolari nel nostro Paese sono circa 4 milioni, in grandissima parte provenienti dai cosiddetti Paesi a Forte Pressione Migratoria (PFPM) ed in piccola parte da Paesi a Sviluppo Avanzato (PSA). Questi ultimi hanno abitudini di vita molto simili alle nostre e spesso provengono da luoghi in cui l’offerta sanitaria è simile se non più sviluppata di quella italiana.
L’insieme di questa popolazione immigrata che rappresenta il 6,5% dell’intera popolazione residente produce circa il 10% del PIL nazionale (fonte: Fondazione ISMU anno 2008) con un contributo pro-capite maggiore rispetto ai cittadini italiani.
Già questo dato smentisce ampiamente il pregiudizio che attribuisce agli immigrati un ruolo “parassitario” rispetto al consumo di servizi ed evidenzia il loro contributo al sistema di welfare del nostro paese, ma c’è altro da considerare.
Il consumo sanitario della popolazione immigrata è significativamente inferiore rispetto a quello della popolazione italiana e in particolare quello dei provenienti dai PFPM.
Si tratta infatti una popolazione giovane: circa il 38% ha un’età compresa tra 25 e 39 anni, mentre i minorenni costituiscono il 22%, gli ultra sessantacinquenni, che sono i maggiori consumatori di risorse sanitarie, meno del 2% (ISTAT 2009).
La popolazione italiana ha tutt’altra struttura demografica. Considerando le stesse fasce di età troviamo che gli ultra sessantacinquenni costituiscono circa il 19%, la popolazione tra 25 e 39 anni un po’ meno del 19% ed i minori il 15,5%.
L’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali ha effettuato uno studio che ha analizzato i consumi sanitari mettendo a confronto l’uso dei servizi da parte di italiani e stranieri provenienti da Paesi a Sviluppo Avanzato, stranieri regolarmente soggiornanti provenienti da PFPM e stranieri irregolari. In particolare, visto che le caratteristiche della popolazione straniera e la loro cultura sanitaria porta ad un ricorso pressoché esclusivo ai servizi ospedalieri, sono stati analizzati i ricoveri e le Schede di Dimissione Ospedaliera negli anni dal 2003 al 2005.
Lo studio ha evidenziato che vi è un ricorso all’ospedalizzazione da parte degli immigrati regolari ed irregolari provenienti da Paesi a Forte Pressione Migratoria minore rispetto ad italiani e stranieri provenienti da Paesi a Sviluppo Avanzato. L’incidenza sulla complessità dei ricoveri è del 2,5% per i regolari, dello 0,5% per gli irregolari. Ricordando che la popolazione immigrata regolare, come si è detto è del 6,5%, balza evidente la non proporzionalità dei ricoveri.
Lo studio ha anche analizzato i valori sia in termini economici che di peso dei ricoveri riscontrando che mediamente i ricoveri di italiani e PSA hanno un peso maggiore rispetto a quelli di immigrati regolari ed irregolari di PFPM. Così come sul piano economico i ricoveri di questi immigrati incidono per solo il 2,8% del valore economico di tutta l’attività di ricovero ospedaliera.
I dati a questo punto parlano molto chiaro: la popolazione immigrata contribuisce a produrre ricchezza per il nostro Paese in maniera proporzionalmente maggiore agli italiani e usa le risorse che concorre a creare, almeno in sanità, in maniera proporzionalmente minore.
Una bufala enorme ed idiota.
Voglio fare qui qualche considerazione e due righe di conto che tutti potranno verificare.
Innanzitutto la considerazione. I cittadini immigrati regolari sono contribuenti altrettanto regolari per lo Stato: la necessità di svolgere una attività lavorativa al fine di fruire del permesso di soggiorno, fa sì che tra loro non vi siano praticamente disoccupati. La loro attività determina una contribuzione fiscale identica a quella dei cittadini italiani che partecipa, in maniera sovrapponibile a quella degli italiani, al finanziamento dello Stato, delle sue articolazioni territoriali (Regioni, Comuni, ecc.) e dei servizi di tutti i tipi presenti sul territorio.
Si osserverà che poi ci sono gli immigrati irregolari. E’ vero, però costituiscono una minoranza che la Commissione dell’Unione Europea valuta in Italia di circa 570.000 unità mentre altre fonti arrivano a ritenere essere di circa 700.000. A vario titolo, di fatto, anche la gran parte degli immigrati irregolarmente soggiornanti, attraverso le loro attività rese in “nero” contribuiscono all’economia del nostro Paese ed alla ricchezza di alcuni suoi cittadini!
Voglio fare, come dicevo, anche “due righe di conto” ricorrendo ai dati forniti per lo più da agenzie pubbliche che hanno in qualche modo studiato la questione.
Gli immigrati regolari nel nostro Paese sono circa 4 milioni, in grandissima parte provenienti dai cosiddetti Paesi a Forte Pressione Migratoria (PFPM) ed in piccola parte da Paesi a Sviluppo Avanzato (PSA). Questi ultimi hanno abitudini di vita molto simili alle nostre e spesso provengono da luoghi in cui l’offerta sanitaria è simile se non più sviluppata di quella italiana.
L’insieme di questa popolazione immigrata che rappresenta il 6,5% dell’intera popolazione residente produce circa il 10% del PIL nazionale (fonte: Fondazione ISMU anno 2008) con un contributo pro-capite maggiore rispetto ai cittadini italiani.
Già questo dato smentisce ampiamente il pregiudizio che attribuisce agli immigrati un ruolo “parassitario” rispetto al consumo di servizi ed evidenzia il loro contributo al sistema di welfare del nostro paese, ma c’è altro da considerare.
Il consumo sanitario della popolazione immigrata è significativamente inferiore rispetto a quello della popolazione italiana e in particolare quello dei provenienti dai PFPM.
Si tratta infatti una popolazione giovane: circa il 38% ha un’età compresa tra 25 e 39 anni, mentre i minorenni costituiscono il 22%, gli ultra sessantacinquenni, che sono i maggiori consumatori di risorse sanitarie, meno del 2% (ISTAT 2009).
La popolazione italiana ha tutt’altra struttura demografica. Considerando le stesse fasce di età troviamo che gli ultra sessantacinquenni costituiscono circa il 19%, la popolazione tra 25 e 39 anni un po’ meno del 19% ed i minori il 15,5%.
L’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali ha effettuato uno studio che ha analizzato i consumi sanitari mettendo a confronto l’uso dei servizi da parte di italiani e stranieri provenienti da Paesi a Sviluppo Avanzato, stranieri regolarmente soggiornanti provenienti da PFPM e stranieri irregolari. In particolare, visto che le caratteristiche della popolazione straniera e la loro cultura sanitaria porta ad un ricorso pressoché esclusivo ai servizi ospedalieri, sono stati analizzati i ricoveri e le Schede di Dimissione Ospedaliera negli anni dal 2003 al 2005.
Lo studio ha evidenziato che vi è un ricorso all’ospedalizzazione da parte degli immigrati regolari ed irregolari provenienti da Paesi a Forte Pressione Migratoria minore rispetto ad italiani e stranieri provenienti da Paesi a Sviluppo Avanzato. L’incidenza sulla complessità dei ricoveri è del 2,5% per i regolari, dello 0,5% per gli irregolari. Ricordando che la popolazione immigrata regolare, come si è detto è del 6,5%, balza evidente la non proporzionalità dei ricoveri.
Lo studio ha anche analizzato i valori sia in termini economici che di peso dei ricoveri riscontrando che mediamente i ricoveri di italiani e PSA hanno un peso maggiore rispetto a quelli di immigrati regolari ed irregolari di PFPM. Così come sul piano economico i ricoveri di questi immigrati incidono per solo il 2,8% del valore economico di tutta l’attività di ricovero ospedaliera.
I dati a questo punto parlano molto chiaro: la popolazione immigrata contribuisce a produrre ricchezza per il nostro Paese in maniera proporzionalmente maggiore agli italiani e usa le risorse che concorre a creare, almeno in sanità, in maniera proporzionalmente minore.
martedì 3 novembre 2009
Quale sanità ricostruire a L'Aquila?
E’ di qualche giorno fa “l’ira di Cialente” che, unitamente agli altri sindaci del comitato ristretto, ha lanciato l’allarme per le difficoltà di quell’azienda di far fronte ai bisogni di salute del territorio aquilano. In particolare i sindaci mettono in evidenza le condizioni dell’Ospedale San Salvatore. Terremotato in tutto e per tutto come evidenziano i 50 certificati medici che il personale presenta quotidianamente a partire da quel 6 aprile.
E’ però un grido di rabbia e dolore che se rimane nei termini messi in evidenza dalle notizie di stampa rischia di essere a mio avviso, in gran parte incapace di affrontare i problemi veri.
Cosa chiedono i sindaci: “Bisogna riaprire subito il laboratorio analisi e avviare il programma per riportare l’ospedale ai 460 posti letto originari…dopo il terremoto bisogna rifare l’ospedale dell’Aquila e ripensare la sanità sul territorio con i distretti e le residenze sanitarie assistenziali…la riabilitazione è assente, le eccellenze e le professionalità di un ospedale che fino al 5 aprile aveva il 30 per cento di mobilità attiva sono mortificate…serve un piano per riaprire l’ex Onpi all’Aquila e la Rsa a Montereale…bisogna creare due distretti, uno a Est e l’altro a Ovest…e ci devono ridare anche i 60 posti letto della clinica Sanatrix. Dobbiamo tornare ad averne 460”.
Gira che ti rigira tutto si concentra, almeno da ciò che riporta la stampa, sull’ospedale, penso però che purtroppo i problemi siano ben più complessi e gli strumenti su cui incominciare a contare per il futuro siano necessariamente diversi rispetto al passato ed un po’ meno scontati. Forse amministratori e tecnici, ma anche i cittadini devono incominciare con minor superficialità a cercare soluzioni diverse e più efficaci e provare almeno ad immaginare di sperimentare percorsi nuovi per dare seriamente risposte ai bisogni ed ai problemi di salute.
E’ questa una esigenza che si pone a L’Aquila, ma è con tutta evidenza una esigenza che si pone per tutta la realtà sanitaria regionale abruzzese.
Ma torniamo alla specifica questione posta dalla notizia.
L’ospedale de L’Aquila, incredibilmente (sig!) danneggiato dal terremoto del 6 aprile, va sicuramente ripristinato e dovranno essere riattivati al più presto i suoi servizi. All’indomani del terremoto ci era sembrato assurdo che strutture strategiche per poter affrontare un’emergenza, quali Prefettura ed Ospedale, fossero crollate o rese inagibili. Era il segno di una cultura del pressapochismo e dell’incuria, ma anche di sguardi incapaci di arrivare ad un orizzonte, di immaginare uno scenario futuro: che L’Aquila sia in zona sismica non è cosa emersa dopo il 6 Aprile e anche le scellerate furbizie della politica capaci di declassarne il rischio sismico, non avrebbero dovuto neppure far immaginare la possibilità di esporre due strutture di tale importanza per l’organizzazione dell’attività di soccorso e di gestione di una qualsiasi emergenza, al rischio di essere ridotte all’inagibilità ed alla conseguente impotenza.
Vivo in una città diversa di questa regione e non so la Prefettura, ma quanto all’Ospedale non ci metterei la mano sul fuoco, come si suol dire, sulla sua stabilità e solidità!
Il fatto è che ci troviamo a dover vivere all’interno di una realtà che rinuncia, forse anche per incapacità e ignoranza oltre che per indolenza, a cercare di proiettarsi nei tanti scenari futuri: coloro che hanno responsabilità nello scegliere e nel decidere, lo fanno pensando a malapena all’oggi, figurarsi quale sia il ruolo affidato al domani!
Purtroppo anche noi cittadini, finiamo con l’assumere gli stessi atteggiamenti. Purtroppo!
L’ospedale quindi deve essere rimesso in condizione di funzionare, anzi l’ospedale doveva costituire una delle priorità su cui H24, come si dice, si sarebbe dovuto lavorare, proprio perché struttura dell’emergenza ed il terremoto ha costituito una emergenza da quel 6 aprile (e forse anche prima di quella data).
Ma c’è altro su cui ragionare ora.
La ricostruzione del territorio aquilano sta avvenendo in maniera da determinare una sostanziale dispersione degli insediamenti. Ad oggi non appaiono ipotesi di una ricostruzione di una struttura urbana centrale ed il centro storico è di fatto fuori da ogni ragionamento. E’ un progetto devastante forse ancor più del terremoto contro il quale non appare che una debole opposizione: i cittadini già “deportati” e dispersi, le rappresentanze politiche consenzienti o annichilite ed insignificanti (non solo in senso quantitativo, ma soprattutto qualitativo).
In questo quadro che pure si dovrà trovare il modo di contrastare per evitare di abbandonare una città, la sua storia, il suo vissuto sociale, la sua cultura, la sua rete di relazioni fatta delle migliaia di vite che si sono intrecciate e che ora rischiano di cadere in un isolamento capace solo di produrre disagio e “malattia”, non si può e non si deve cadere nell’idea che le soluzioni siano le solite, quelle che erano già inadeguate il 5 aprile perché già allora non raggiungevano i bisogni veri e concreti delle persone.
La sanità abruzzese si è caratterizzata da sempre per essere costituta quasi esclusivamente da farmaci ed ospedali e, praticamente, nulla più. Una rilevazione effettuata dall’Agenzia Sanitaria Regionale nel 2006, evidenziò che complessivamente gli operatori sanitari e sociali impegnati nelle attività di assistenza domiciliare erano complessivamente, per l’intera regione, un paio di centinaia. Sul territorio i distretti arrancano e non riescono a far fronte all’insieme della domanda, soprattutto quando questa è legata alla disabilità e non sia puro consumo di prestazioni sanitarie. Provi una qualsiasi persona a cercare risposta alla esigenza, solo per fare un esempio banalissimo, di vedersi somministrare una terapia farmacologica a domicilio da professionisti sanitari. E’ pressoché impossibile, a meno di rivolgersi a chi svolge la libera professione privatamente (e quindi con un costo tutto a carico del cittadino), e ciò non solo, ovviamente, nelle aree del cratere del terremoto.
In realtà il porre l’accento sul bisogno di ospedale e solo su quello (mi viene però da dire sui posti letto perché è “disperato” il grido “dobbiamo averne 460”) marca subito e per l’ennesima volta la direzione ed il percorso su cui solo sembra ci si sappia muovere in Abruzzo: ospedale e solo ospedale.
E a tutti i problemi di salute che invece verranno vissuti all’interno dei futuri MAP e MAT, nei villaggi CASE sparsi nella esplosione della città de L’Aquila terremotata cosa e chi dovrà dare risposte? I soli medici di medicina generale terremotati e magari trasferiti negli alberghi sulla costa? Ed ai bisogni determinati dalla disabilità fisica che si rinchiude in quelle mura più o meno provvisorie chi farà fronte?
Ma viene anche da aggiungere: alla disabilità delle relazioni, degli affetti feriti, al bisogno di sostegno ed alla necessità di preservare la vicinanza delle famiglie in presenza delle mille cronicità rese ancor più importanti dalla incertezza determinata da una terra che trema e da una ricostruzione che per molto tempo ancora non permetterà di avere chiare prospettive, con cosa si risponderà? Con una visita specialistica distrettuale e qualche giorno di ricovero ospedaliero?
Forse ci si dovrà sforzare un po’ di più, magari veramente cercando di capire quali siano i bisogni e avviando, per una volta, la sfida vera che il sistema della salute e della malattia deve affrontare: la capacità di diventare diffuso, così come è diffuso il modo ed il luogo di manifestarsi di gran parte della malattia e dei bisogni di salute oggi; la capacità di investire risorse e professionalità sul territorio, in prossimità ai luoghi di vita delle persone, facendo tesoro dei loro punti di forza e di debolezza.
E’ uno sforzo indispensabile. Ancora di più ora e nel futuro a L’Aquila.
venerdì 30 ottobre 2009
Per incominciare
Sono mesi che sono tentato di creare uno spazio su cui avviare a raccontare riflessioni e idee che mi girano dentro. Ci provo ora senza sapere bene dove andrò a parare.
Immagino che alla fine verrà fuori una sorta di diario in cui le cose che mi passano in prossimità saranno in qualche modo non solo osservate, ma scomposte e frammentate in mille pezzi. E' ciò che sono abituato a fare. Ciò che ho fatto in tanti anni per collocazione e ruolo e che, cambiata collocazione e dismesso il ruolo, mi ritrovo ancora a fare, ma in maggiore solitudine.
Un blog, quindi!
Non mi illudo, certo non sarà affollato ed è per questo che ho parlato di diario, di luogo in cui si allineeranno le cose su cui si appunterà la mia attenzione e che potrà, soprattutto per me, costituire lo specchio della mia coerenza/incoerenza di pensiero. Se però qualcuno capiterà da queste parti sarà il benvenuto.
Se vorrà lasciare un commento, ma anche un dubbio, una domanda, anche una provocazione, sarà il benvenuto.
Immagino che alla fine verrà fuori una sorta di diario in cui le cose che mi passano in prossimità saranno in qualche modo non solo osservate, ma scomposte e frammentate in mille pezzi. E' ciò che sono abituato a fare. Ciò che ho fatto in tanti anni per collocazione e ruolo e che, cambiata collocazione e dismesso il ruolo, mi ritrovo ancora a fare, ma in maggiore solitudine.
Un blog, quindi!
Non mi illudo, certo non sarà affollato ed è per questo che ho parlato di diario, di luogo in cui si allineeranno le cose su cui si appunterà la mia attenzione e che potrà, soprattutto per me, costituire lo specchio della mia coerenza/incoerenza di pensiero. Se però qualcuno capiterà da queste parti sarà il benvenuto.
Se vorrà lasciare un commento, ma anche un dubbio, una domanda, anche una provocazione, sarà il benvenuto.
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